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L’arte di Monica Maffei scaturisce da una sensibilità, che trova la sua espressione in composizioni caratterizzate da un lirismo sottile.
Toni e contro toni si mescolano con eleganza sulla tela in un avvicendarsi di sfumature e reciproche contaminazioni, lasciando affiorare a tratti vaghe sembianze umane.
L’artista si appropria della tela, dove interviene sovrapponendo pigmenti e segni, svelando e celando contemporaneamente i propri soggetti, che risultano così avvolti da un alone arcano.
La mano della pittrice dosa sapientemente luce e ombra, tinte forti e colori evanescenti al punto da sembrare dilavati, lasciando scaturire dalla superficie del dipinto un’armonia ben concertata.
L’osservatore deve saper cogliere il messaggio che trapela fra le velature e i ritmati segnici: sono emozioni che affiorano dalle pieghe dell’anima, echi di un vissuto che Monica Maffei descrive con rara intensità.
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Se la scuola di partenza alla quale per anni la Maffei è rimasta fedele è il Realismo Sociale, va detto che non si tratta certo di quello di Renato Guttuso. Se mai, la possiamo accostare a Renzo Vespignani, che è stato rivelatore di situazioni intimistiche, dove il colore e il segno la fanno da padroni. Nel periodo figurativo di Maffei, la realtà si muta in sogno a occhi aperti, il notturno diventa trasparenza, e tutto si anima sul palcoscenico offerto dallo spazio pittorico, che si fa teatro di luce. La donna e la bambina appartengono al suo repertorio narrativo, e attrici di momenti tutt'altro che statici. Ne fa fede il loro sguardo, i loro occhi aperti che guardano, consapevoli, un "altrove" del tutto intimo ma che rimane inconoscibile, inevitabilmente, per chi guarda. A noi non interessa sapere se Monica Maffei sia più o meno credente, ma una cosa è certa: la sua tavolozza è funzionale a una riflessione sul senso della vita, sul compito oscuro che forse Qualcuno ci ha assegnato al momento della nostra nascita. A lei indubbiamente è stato dato l'incarico di annunciare messaggi fatti di colori, non di parole. E lei lo assolve, quell'incarico, con la forza e la sicurezza delle sue doti innate.
IV.
A un certo momento della sua vita Monica
Maffei sceglie altre strade espressive, ma senza dimenticare il passato. Si tratta di una maturazione che la porta ad affrontare il visibile in una chiave poetica, dove per altro la stesura del colore non muta, essendo la sua sigla di riconoscibilità. Lei stessa sottolinea in alcune righe autobiografiche di essere una pittrice che non accetta compromessi. Ciò significa che il mutare espressività poetica non vuole dire concedersi dei diversivi, bensì elevarsi nella ricerca di nuove soluzioni formali e di contenuto, senza per questo retrocedere e rinnegare i traguardi già raggiunti. Abbiamo già potuto constatare quanto i suoi lavori più squisitamente figurali rivelino il profondo della sua anima, ma non solo. In verità quei lavori già annunciano l'intima necessità di sciogliere i nodi psicologici delle sue figure in un contesto sublimato che si approssima alla soglia dell'astrazione.
Uno dei difetti della critica d'arte contemporanea è quello di usare spesso e volentieri definizioni che, per il troppo uso, hanno ormai logorato la loro portata significativa. Astratto, figurativo, informale - sono solo parole generiche poco utili a decodificare specifiche e originali modalità esecutive e impossibili da etichettare. Monica Maffei, in occasione dei lavori che appartengono alla sua maturità anagrafica e professionale, non può essere confinata in una classificazione critica che la chiuderebbe in una cella angusta. Liberiamo quindi da definizioni preconfezionate il ciclo recente che l'autrice definisce Le Resine, composto da opere non strettamente figurali, e quanto mai affascinanti per l'impianto gestuale istintivo ma controllato, dove la mano a un certo punto si è dovuta arrestare solo perché le dimensioni della tela le hanno impedito di andare oltre. A osservarle, accade di provare la stessa sensazione che suscita il gorgoglio di un torrente quando, se si chiudono gli occhi, sembra di udire delle voci, della grida sommesse. Allo stesso modo, nel dialogo tra i colori di queste pagine compositive si percepiscono allusioni di forme umane, e persino il fruscio sommesso dei loro spostamenti. Decifrare così la coniugazione tra colori e apparenze fantasmatiche è ovviamente del tutto soggettivo, ma l'autrice consente all'osservatore piena liberta’ interpretativa del suo racconto visivo o, per meglio dire, visionario. Ed ecco quindi che torniamo da dove eravamo partiti: la modalità percettiva di Monica Maffei è quella di una sognatrice ad occhi aperti. Quindi il suo mondo si trasferisce sulla tela sempre e comunque in chiave onirica. E anche nella sperimentazione astratta - è lei a definirla così, mentre a noi che scriviamo occorrerebbe trovare un termine meno restrittivo - non rinuncia a rivelarsi e a trasmettere il proprio inconscio, diluendo la materia sulla tavolozza nella sua purezza arcana. VI. Esaminiamo dunque la tessitura garbata dei suoi colori: a volte è sinuosa, morbida, sensuale nelle forme umane; in altri ambiti compositivi - quelli astratti, per intenderci - è invece netta, ragionata, calligrafica, dove appaiono messaggi ottici immanenti, anche se non precisamente decodificabili dalla grammatica del nostro pensiero. Saranno, certo, semplici casualità, ma a volte il nostro sguardo percepisce momenti di piacevolezza allusiva di paesaggi naturali, o fiori, o alberi, ripresi dall'alto, come da un aereo, guardando in giù, fuori dal finestrino. E allora forse possiamo scrivere di un viaggio mentale, o di una surrealtà, come nel caso del dipinto Il castello incantato, dove per magia l'astrazione diventa fiaba. Tutto ha inizio nel ciclo materico dal linguaggio informale, dove la composizione Red appare come la più significativa. È del tutto inutile cercare di interpretare questa pagina visionaria e di assoluta emozione. Ci è naturalmente concessa piena libertà di decodificazione, ma in questo caso ci sembra che la titolazione sia piuttosto assertiva, esplicita ed esauriente: solo colore e basta. La stessa seduzione proviene dai dipinti Barcellona numero 3, Pineta, L'Ape Regina, dove la materia cromatica si appropria dello spazio pittorico evocando immagini e corrispondenze con una realtà che appartiene solo alla coscienza dell'autrice, che in questi casi si direbbe voglia chiudere la porta a intrusioni inopportune, così i richiami delle titolazioni devono restare in sospeso, come ponti su un fiume in piena. È quindi con grande rispetto che si devono accogliere le tele di grandi dimensioni come Barcellona e Direzione, dove la mappa mentale della pittrice si espande oltre i margini del supporto, esplorando un altrove senza confini. In alcune di queste composizioni, come in Ghiaccio vivo, è interessante osservare i fondi dove il bianco si impone come presenza cromatica portatrice di luce, in prezioso contrappunto a forme o segni. VII. La fedeltà nei confronti della pittura, della tavolozza, del pennello, del cavalletto, della tela, rappresenta il biglietto da visita di Monica Maffei. Fedele alla promessa di non scendere a compromessi, non si è lasciata ammaliare dalle sirene dell'Arte Concettuale, utopia ombrosa dove l'arte muore come invenzione, diventando riflessione autoreferenziale e disconoscendo la lezione millenaria che risale alle grotte di Lascaux. Per la nostra autrice, come per i suoi più sapienti colleghi di tutti i tempi, la caverna primordiale è esempio vitale della necessità umana di difendersi dalla paura, lasciando traccia di sé a futura memoria. "Ho vissuto e vivo ancora" - ci dice l'ignoto artista che ha inciso sulla pietra la sua storia. "Dipingo, quindi sono" - ci dice Monica Maffei, abbandonandosi al monologare segreto del suo inconscio. Per lei, la liberalità della tavolozza e i confini della tela sono le coordinate di un mondo dove nessuno è portatore di verità, dove solo contano le domande e ben poco le risposte, dove la sola certezza è la sua voce e i suoi colori.
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